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Bukovaz: un’intervista alle dieci di sera. Di Natalia Bondarenko



Fare un’intervista alla Bukovaz? Mandarle le domande e non ricevere mai le risposte. Aspettare. Aspettare mesi. Qualcuno ha già fatto un tentativo. Probabilmente non l’unico. L’ho fatto anch’io, il tentativo. Inutilmente.
Allora faccio la ‘furba’. La ’becco’ dopo una sua serata a Palmanova e le propongo di bere qualcosa. Siamo amiche. Almeno così io vedo il nostro rapporto. So tante cose di lei e allo stesso tempo non so niente. Perché in realtà, Antonella (o Antonellina, come la chiamo io) è una persona aperta abbastanza per rimanere chiusa; è chiusa abbastanza per rimanere simpatica e spiritosa; è una donna accogliente e accomodante, nonostante gli spazi d’incontro ‘affollati’ come le serate di poesia.


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Intervista su Neobar di Doris Emilia Bragagnini

"La poesia è come un parto naturale. Devi concepire con il desiderio e la convinzione, portare al termine e partorire. Ogni poesia – un figlio nuovo. Almeno lo è per me. Per il resto..."...

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L’ironia è una cosa seria di Natalia Bondarenko. VERSANTE RIPIDO n°5 di maggio.



Se pensate che l’ironia in poesia sia una cosa superficiale, sbagliate di grosso. L’ironia è una cosa seria. Diciamolo con il cuore aperto: per arrivare a prendersi in giro (si capisce) che la strada deve passare per l’inferno. A volte, però, è difficile capire che quello che hai passato è stato davvero un inferno. La consapevolezza non arriva subito. Più con l’età. Quando si rafforza lo spirito. “L’ironia è un tic dello spirito” – lo disse Roberto Gervaso (Il grillo parlante, 1983). È proprio lo spirito molto spesso a essere legato al concetto della libertà (chissà se la definizione “spirito libero” non fosse il nomignolo di qualche poeta del passato)...


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http://www.versanteripido.it/lironia-e-una-cosa-seria-di-natalia-bondarenko/

alcune poesie ironiche di Natalia Bondarenko:
http://www.versanteripido.it/poesie-di-natalia-bondarenko-2/

La figura del poeta. Tre domande a Natalia Bondarenko.

Perché il pubblico dovrebbe cercare e amare le tue poesie?

Io metterei la parola “amare” prima della parola “cercare”. “Cercare” è una fantastica conseguenza di questo miracolo dei nostri giorni: parlo dell’amore verso la poesia. Per il resto sono una specie di “Salieri”, affascinata dalla bravura di alcuni “Mozart” con un certo senso d’invidia, perché molto spesso più delle mie, mi piacciono le poesie degli altri. E non mi sono mai chiesta perché la gente compra il mio libro, anche se i motivi possono essere molteplici, incominciando da semplici commenti che mi è capitato di sentire durante una delle mie presentazioni, e che suonano più o meno così:
«La tua poesia e molto vicina a noi, donne…»;
«…senza veli, senza ipocrisia, senza ‘fronzoli…»;
«…la tua poesia è diretta, scritta con un linguaggio attuale e quotidiano»;
«…con una certa ironia riesce rivalorizzare anche la donna cosiddetta ‘sfigata’, quella che non trova mai la pace, ma che riesce ‘cavalcare’  la vita lo stesso…»;
«… alcune tue poesie sembrano romanzi di una pagina, di mezza pagina, di poche righe…».
Perché il pubblico dovrebbe cercare e amare le mie poesie?
E che ne so?


Tra stereotipi e marginalità: come si colloca la figura del poeta nell’attuale situazione culturale italiana?

Non saprei rispondere a questa domanda, ma lo potrebbe fare questa poesia-narrativa scritta da Francesco Di Lorenzo, poeta e saggista napoletano, che in questa maniera – quasi satirica – risponde ad un/una poeta (C.M.C) che lo chiede il suo pare sulla poesia:
 “Questi non sono versi (non c’è verso di fare versi)/sono appunti di viaggio, dopo un colloquio, diciamo così. / Ebbene, per entrare subito in argomento / mi vien da ribadire (perché ce lo siam detti) che molto spesso la poesia di avanguardia, che potremmo far coincidere con tutta quella postmoderna? / non è in possesso di contenuti poetici, forse neanche di semplici contenuti / così che un lettore dovrebbe far credito al poeta, chissà poi perché? / e qui siamo di nuovo e sempre di fronte al Poeta e non alla Poesia / che è cosa da meditare / e dovremmo quindi anche chiedere lo sforzo di immaginare la vita interiore del poeta / leggere cioè le biografie e non le poesie, / ma noi sappiamo anche che un poeta non nasce tutti i giorni / e lo sappiamo perché altrimenti ce ne saremmo accorti / e ce ne saremmo accorti non con i sensi, ma con la ragione (come minimo). / Di poeta ne nasce uno ogni cento anni, diceva Moravia (il borghese) / e questi qua sono poeti perché sono incapaci di non esserlo / spesso scrivono versi mediocri, non sempre all’altezza / o non sanno proprio scrivere versi / quindi? / quale possibile-passabile conclusione? / Semplice (insomma!): quella che andiamo vivendo / sotto gli occhi di tutti. / Che ognuno scriva poesia, a mano / a voce alta o bassa / a manovella, visiva e sonora, insensata e razionale / classica o di avanguardia, bella o brutta, postmoderna e oggettiva / senza gerarchie, confondendo i piani con i pianerottoli, / ma finalmente portando alla luce un po’ di casino meditato / che di questo caos lucidato / e per di più feisbuchizzato / non se ne può più.”

Esistono strade per recuperare quella rilevanza che in altri paesi al poeta viene riconosciuta?

Credo che tutto dipenda dall’onesta intellettuale degli editori e critici letterari, che molto spesso si adeguano, si ammucchiano, si macinano nelle stesse mole dello stesso mulino e, come risultato, producono una ‘farina’ scadente: si butta tutto in un sacco e si mette un cartellino col prezzo… che molto spesso non corrisponde alla realtà. Intanto i poeti bravi non fanno soltanto i poeti. Fanno un lavoro normale che gli permette di vivere e ogni tanto scrivono le loro bellissime poesie; ogni tanto vengono stroncate da qualche invidioso cretino di turno; qualche volta vengono semplicemente ignorate; qualche volta vengono – venerate… dopo la loro morte.

Piccola considerazione sulla poesia sovietica che io conosco perfettamente (è soltanto un mio piccolo pensierino…): di chi è la colpa se la poesia sovietica per anni e anni è rimasta lontana dallo sperimentalismo? La rima che stenta ad andare via, anche oggi, si appiccica con il suo classicismo come una muffa… La Russia, per la grandezza del proprio territorio ha prodotto bravissimi parolieri e canzonieri, ma pochi poeti. Troppo pochi per un paese così vasto.

Intervista a Natalia Bondarenko, a cura di Paolo Polvani.

http://versanteripido.wordpress.com/2014/01/05/intervista-a-natalia-bondarenko/

Natasha che reazione suscita in te la parola “migrazione”?
Sono nata in un paese dove la parola “migrazione” si usava a gocce: quando qualcuno attraversava la frontiera per scappare, non si chiedeva molto, si sparava. Si risolveva così la questione dell’emigrazione clandestina. Poi, quando negli anni ’80 la gente ha iniziato a fuggire in America, l’opinione era unilaterale: loro erano i traditori della patria. Sono cresciuta con principi comunisti ai quali, strada facendo, ho dovuto “mettere la museruola”.  Ho dovuto fare un percorso tutto mio: rivedere i motivi che spingono una persona a cambiare paese (il mio è stato molto doloroso, per via di un matrimonio con un italiano e la rinuncia di molti privilegi ed affetti).  Nel frattempo sono succedute alcune guerre e divisioni che hanno fatto collassare i sistemi di accoglienza, dei quali potrei dire di tutto ad alta voce, perché li ritengo inutili e disumani, e, per di più, stracari e, ogni volta, quando si sente parlare di un emigrante è solo in occasione di qualche delitto commesso o per sottolineare una grande differenza fra le mentalità e le culture.  Pretendere dagli stranieri di apprendere la cultura locale, o il dialetto, o di diventare cattolici e come chiedere ad una gallina di fare le uova d’oro: queste cose succedono soltanto nelle favole. In realtà, ogni cosa ha la sua funzione. Per secoli dei secoli lo straniero suscitava l’interesse o l’odio; la storia si ripete, ma con delle nuove sfumature, dimenticando completamente una parola così importante come “libertà”… che comprende anche quella libertà individuale – è più preziosa dei beni che possiamo possedere.